19 gennaio 2018 Dotto

Nei festival si dorme poco: la prima volta di Dotto e i Lady Ubuntu

Signore se esistessi non sentirei più il ritmo orrendo del pensiero che si avvitaè questo il titolo dell’album dei Lady Ubuntu che abbiamo deciso di co-produrre insieme ai ragazzi di Cloudhead-Records. Esce il 26 gennaio, ma oggi lo si ascolta in anteprima streaming su Rumore.
Potremmo elencarvi i titoli matti di queste canzoni, dirvi che assomigliano un po’ a questo e un po’ a quello, copia-incollarvi il curriculum vitae della band o disquisire sulla barba di Frank.
Invece vi raccontiamo di quella volta in cui Andrea li scoprì prima di noi in quel della Repubblica Indipendente di Lu e finì per inondarci di messaggi whatsapp pieni di punti esclamativi.

Nei festival si dorme poco.
Questa è una certezza.
C’è sempre qualcuno più giovane e con più energie di te che si arroga arbitrariamente il diritto di urlare la sua voglia di vivere alle stelle fino alle 5 del mattino. Se vai a un festival di più giorni, uno di quegli angoli di paradiso in cui si dorme in tenda tra puzza di piedi e birra, e non ti accorgi delle grida dei molestatori notturni, significa che ti sei trasformato in uno di loro e meriti tutto l’amorevole disprezzo di noi trentenni di Dotto.
I pomeriggi passano tra il sonnecchiare sotto a un albero, mangiare scatolette, sonnecchiare dentro a tende con temperature africane, giocare svogliatamente a carte (partite che annoiano dopo i primi otto minuti), sonnecchiare sulle panchine e fingere di leggere libri impegnati per sentirsi fighi, ma in realtà sonnecchiare dietro agli occhiali da sole.
Io non faccio eccezione: sono il classico trentenne da festival, quello che, per sentirsi giovane, si sbronza la prima sera e poi se ne pente fino all’ultima; quello che odia gli schiamazzatori notturni, ma non dice nulla per non fare la figura del vecchio; quello che “sì, questo gruppo è figo, ma l’audio fa schifo e la voce non si sente bene”; quello che, quando i suoi amici vanno a esplorare il paesino di turno nel pomeriggio, rimane in tenda a tentare di riposare per non crollare alle 22 la sera. Se il fato ti assiste, nel tardo pomeriggio, la tenda raggiunge
temperature che ti permettono addirittura di respirare, allora chiudi gli occhi, sorridi felice di poter godere di un po’ di pace… ma è proprio in quel momento che iniziano i concerti.

Nei festival si dorme poco.
Questa è una certezza.
Detesti ogni singola nota di ogni singolo chitarrista egocentrico capace di emettere suoni così fastidiosi da spingere i cani della zona a fare harakiri. Te ne freghi di chi suona: tu da quel materassino semi sgonfio, anche se l’hai gonfiato dieci minuti prima, non ti alzerai per almeno due ore, almeno questo è il tuo intento. Ma poi, ecco che accade.
Accade che al tuo orecchio arrivano dei suoni… diversi. Non è la solita chitarra, non è il solito giro di basso copiato e il cantante, più che cantare, recita.
Mi ricordo quel giorno come fosse ieri. Mi ricordo la velocità con cui mi vestii, mi ricordo la fatica che feci ad abbandonare quel cuscino bagnato di sudore, ma come lo feci di corsa. Mi ricordo che mi catapultai sotto al palco, ignorando i miei amici a pochi metri di distanza. Mi ricordo come, alla fine del primo pezzo, davanti alla band che suonava, eravamo in quattro. Mi ricordo come alla fine del terzo pezzo, davanti a quella stessa band, eravamo almeno cinquanta.

Nei festival si dorme poco.
Questa è una certezza.
Ma si supera anche la stanchezza se alle orecchie ti arrivano, per la prima volta, i suoni dei Lady Ubuntu, un gruppo capace di stupire, divertire e far muovere il culo anche a un trentenne assonnato e in hangover.

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