TogetHER #2: due chiacchiere con In.versione Clotinsky

Together è una piccola rassegna di concerti di domenica, orario brunch, in uno dei nostri posti preferiti in centro a Torino. Abbiamo pensato di costruirla tutta al femminile. Noi di Dotto siamo in 6 e solitamente discutiamo fino all’esasperazione per qualsiasi decisione, ma l’idea di una rassegna 100% donna ci ha messo subito d’accordo. Siamo anche 6 maschi, di conseguenza ci pare di affrontare la “questione femminile” dall’altra parte del fiume, con il timore di sbagliare qualcosa. A conti fatti, il solo pensare alle domande giuste da fare in questa sede ci sembra molto difficile. Non pensate che sia proprio questo il problema principale?

Innanzitutto grazie per l’invito! Mmm, beh, è un po’ strana questa domanda, verrebbe da rivolgere a voi questo stesso quesito…la decisione unanime e sorprendentemente priva di discordia, rispetto agli scambi esasperanti che solitamente vi animano, di organizzare una rassegna musicale al femminile, crediamo che un pochetto strida con la dichiarata difficoltà di fare domande adeguate per il semplice fatto poi di avere di fronte due donne, no?! Perché, ci chiediamo, deve essere un problema? Esistono quesiti giusti o meno da domandare in base alla discriminante maschio/femmina? Ci suona sempre un po’ bizzarro il fatto che ci vengano posti quesiti a partire dal semplice fatto che siamo biologicamente donne…facciamo fatica a suddividere il mondo semplicemente in due unici blocchi e vorremmo che non ce ne fosse più bisogno.
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TogetHER #1: due chiacchiere con Duo Sole

 

Together è una piccola rassegna di concerti di domenica, orario brunch, in uno dei nostri posti preferiti in centro a Torino. Abbiamo pensato di costruirla tutta al femminile. Noi di Dotto siamo in 6 e solitamente discutiamo fino all’esasperazione per qualsiasi decisione, ma l’idea di una rassegna 100% donna ci ha messo subito d’accordo. Siamo anche 6 maschi, di conseguenza ci pare di affrontare la “questione femminile” dall’altra parte del fiume, con il timore di sbagliare qualcosa. A conti fatti, il solo pensare alle domande giuste da fare in questa sede ci sembra molto difficile. Non pensate che sia proprio questo il problema principale?

Non abbiamo capito… qual è la domanda ? 😂 se il problema è porre le giuste domande a delle artiste ci sembra che ci siate riusciti, sbirciando un po’ le prossime domande… se invece la questione riguarda il problema di come affrontare le donne è delicato in casi come questo. Dove sta la differenza tra due artisti uomini e due artiste donne? Sempre di arte si parla, di persone che hanno fatto la scelta di dedicarsi alla musica nella vita, è così importante il genere? Rassegne come questa, che apprezziamo e stimiamo, mettono in evidenza che una differenza, o forse più di una, ci sia ancora.

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Lo conosci Vigone?

Gianluca Vigone trasforma il legno, lo fa diventare una mano piccola piccola che puoi stringerla in tasca oppure un pavimento che puoi correrci sopra. E le sue dita sono così grosse che quando prende in mano la sua chitarra pensi che vorresti ridere e che forse ora la schiaccia e trasforma pure quella.
E il fatto che non la sappia suonare alla fine non conta niente, a guardarlo impegnarsi così tanto hai già capito cosa avrebbe voluto fare. Ed è con quel collegamento mentale che Gianluca sta trasformando anche te.
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Che mondo sarebbe senza Spotify?

Ieri Pitchfork ha pubblicato un articolo di Damon Krukowski, un nome che dirà poco a molti, ma che comunque ha scritto un pezzettino di storia della musica statunitense, prima con i Galaxie 500, poi con Damon & Naomi. L’articolo in questione è un’interessantissima analisi di Spotify e più in generale della fruizione della musica gratuita in quest’epoca stupida e feroce (cit.).
L’assunto di partenza, forse ovvio per gli addetti ai lavori, ma completamente ignorato dalle masse di ascoltatori, è questo: i 5960 ascolti della canzone più famosa della band più famosa di mister Krukowski – che è questa, ha 30 anni e suona ancora molto bene oggi – nel 2012  ha fruttato ben 1 dollaro e 5 centesimi per le tasche di Damon e soci. Certo, stiamo parlando di musica realmente indie che ahimè pochi si inculano al giorno d’oggi. Ma è un esempio calzante per far capire che no, i più piccoli non ci guadagnano un tubo dallo streaming di Spotify.
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Nei festival si dorme poco: la prima volta di Dotto e i Lady Ubuntu

Signore se esistessi non sentirei più il ritmo orrendo del pensiero che si avvitaè questo il titolo dell’album dei Lady Ubuntu che abbiamo deciso di co-produrre insieme ai ragazzi di Cloudhead-Records. Esce il 26 gennaio, ma oggi lo si ascolta in anteprima streaming su Rumore.
Potremmo elencarvi i titoli matti di queste canzoni, dirvi che assomigliano un po’ a questo e un po’ a quello, copia-incollarvi il curriculum vitae della band o disquisire sulla barba di Frank.
Invece vi raccontiamo di quella volta in cui Andrea li scoprì prima di noi in quel della Repubblica Indipendente di Lu e finì per inondarci di messaggi whatsapp pieni di punti esclamativi.

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Who/what the f*** is Dotto?

Il team Dotto

Ci siamo trovati in otto sotto un tetto, quello di un’improvvisata, ma affascinante sala prove dislocata nei meandri del Piero della Francesca, Torino. Correva l’anno 2014. Abbiamo combattuto l’umidità, tagliato pezzi di legno, srotolato tappeti persiani, comprato microfoni e schede audio, creato una cornice nera di amplificatori e iniziato a perdere qualche decibel in un upside down tutto nostro, senza la luce del sole, ma con un frigo pieno di birre.

Poi, tra una prova e l’altra, è arrivata l’estate 2015. Ci siamo trasferiti sui balconi di case roventi e nei dehors di circoli Arci e con l’ausilio di un centinaio di sigarette siamo arrivati a dare un nome proprio a tutte quelle idee nate grazie alla condivisione di uno spazio comune: Dotto. Che ci crediate o no, trovare quel nome è stata una delle imprese più ardue delle nostre umili vite.

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