Lo conosci Vigone?

Gianluca Vigone trasforma il legno, lo fa diventare una mano piccola piccola che puoi stringerla in tasca oppure un pavimento che puoi correrci sopra. E le sue dita sono così grosse che quando prende in mano la sua chitarra pensi che vorresti ridere e che forse ora la schiaccia e trasforma pure quella.
E il fatto che non la sappia suonare alla fine non conta niente, a guardarlo impegnarsi così tanto hai già capito cosa avrebbe voluto fare. Ed è con quel collegamento mentale che Gianluca sta trasformando anche te.
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Che mondo sarebbe senza Spotify?

Ieri Pitchfork ha pubblicato un articolo di Damon Krukowski, un nome che dirà poco a molti, ma che comunque ha scritto un pezzettino di storia della musica statunitense, prima con i Galaxie 500, poi con Damon & Naomi. L’articolo in questione è un’interessantissima analisi di Spotify e più in generale della fruizione della musica gratuita in quest’epoca stupida e feroce (cit.).
L’assunto di partenza, forse ovvio per gli addetti ai lavori, ma completamente ignorato dalle masse di ascoltatori, è questo: i 5960 ascolti della canzone più famosa della band più famosa di mister Krukowski – che è questa, ha 30 anni e suona ancora molto bene oggi – nel 2012  ha fruttato ben 1 dollaro e 5 centesimi per le tasche di Damon e soci. Certo, stiamo parlando di musica realmente indie che ahimè pochi si inculano al giorno d’oggi. Ma è un esempio calzante per far capire che no, i più piccoli non ci guadagnano un tubo dallo streaming di Spotify.
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Nei festival si dorme poco: la prima volta di Dotto e i Lady Ubuntu

Signore se esistessi non sentirei più il ritmo orrendo del pensiero che si avvitaè questo il titolo dell’album dei Lady Ubuntu che abbiamo deciso di co-produrre insieme ai ragazzi di Cloudhead-Records. Esce il 26 gennaio, ma oggi lo si ascolta in anteprima streaming su Rumore.
Potremmo elencarvi i titoli matti di queste canzoni, dirvi che assomigliano un po’ a questo e un po’ a quello, copia-incollarvi il curriculum vitae della band o disquisire sulla barba di Frank.
Invece vi raccontiamo di quella volta in cui Andrea li scoprì prima di noi in quel della Repubblica Indipendente di Lu e finì per inondarci di messaggi whatsapp pieni di punti esclamativi.

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Who/what the f*** is Dotto?

Il team Dotto

Ci siamo trovati in otto sotto un tetto, quello di un’improvvisata, ma affascinante sala prove dislocata nei meandri del Piero della Francesca, Torino. Correva l’anno 2014. Abbiamo combattuto l’umidità, tagliato pezzi di legno, srotolato tappeti persiani, comprato microfoni e schede audio, creato una cornice nera di amplificatori e iniziato a perdere qualche decibel in un upside down tutto nostro, senza la luce del sole, ma con un frigo pieno di birre.

Poi, tra una prova e l’altra, è arrivata l’estate 2015. Ci siamo trasferiti sui balconi di case roventi e nei dehors di circoli Arci e con l’ausilio di un centinaio di sigarette siamo arrivati a dare un nome proprio a tutte quelle idee nate grazie alla condivisione di uno spazio comune: Dotto. Che ci crediate o no, trovare quel nome è stata una delle imprese più ardue delle nostre umili vite.

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