12 dicembre 2018 Dotto

TogetHER #3: due chiacchiere con Livia Ferri

Together è una piccola rassegna di concerti di domenica, orario brunch, in uno dei nostri posti preferiti in centro a Torino. Abbiamo pensato di costruirla tutta al femminile. Noi di Dotto siamo in 6 e solitamente discutiamo fino all’esasperazione per qualsiasi decisione, ma l’idea di una rassegna 100% donna ci ha messo subito d’accordo. Siamo anche 6 maschi, di conseguenza ci pare di affrontare la “questione femminile” dall’altra parte del fiume, con il timore di sbagliare qualcosa. A conti fatti, il solo pensare alle domande giuste da fare in questa sede ci sembra molto difficile. Non pensi che sia proprio questo il problema principale?
Può darsi, se ho capito bene quello che intendi. Faccio un esempio: il fatto che se una rassegna dove tutte le artiste invitate sono donne debba o voglia essere appellata come “al femminile” mi fa pensare che non ho mai sentito, ogni volta che un festival pubblica una line up di soli uomini, appellare suddetto festival come “al maschile”.

Credo che sarebbe utile, anche nel caso di progetti/rassegne/quellochevuoi pensati proprio per emancipare, dare potere, ascolto, voce, cercare di non specificare. Mischiare, mischiarsi, il più possibile, sostenersi. Chi boicotta le donne, più o meno coscientemente, non presenzierà mai a un festival di sole donne. Se se le trova davanti in grande quantità insieme ad artisti uomini invece è diverso. Sarà costretto a pensare, comparare, chiedersi qualcosa in più. Ad esempio, come vi è venuta l’idea di mettere su la rassegna sulla “questione femminile”? Spesso (e ahimè, lo dico per ripetuta esasperante esperienza) si finisce per chiamare qualcuno solo perché la categoria venga rappresentata e non perché lo meriti. Mi sono trovata in imbarazzanti situazioni pensate magari in un certo senso nobilmente ma poi vanificate dal fatto che le donne scelte erano state scelte solo perché donne. Non si fa un lavoro di vero scouting critico andando a scovare quelle veramente brave, si fa un lavoro di compassione, quasi elemosina. Facciamo pena e allora organizziamo un bel festivalino femminile così per cinque minuti ci pare di avere la nostra vita in mano. Non credo sia utile, anzi, parlo per me, ma rende tutto ancora più frustrante e avvilente. Non vedo l’ora di parlarne con voi!
Faccio io una domanda: alla fine della domanda dici “il solo pensare alle domande giuste da fare in questa sede ci sembra molto difficile”. Mi piace questa frase, lascia intendere che sospettate un’ingiustizia nel dover pensare a delle domande precise, di genere. Credo che se siete onesti con voi stessi e aperti, come mi pare di capire che siete da come avete scritto questa intervista, non c’è troppo rischio di sbagliare. Se ognuno di noi riuscisse ad affrontare qualsiasi cosa sconosciuta o difficile con onestà sarebbe davvero fantastico, un gran balzo nell’evoluzione. La mia domanda è: se la rassegna in questione avesse ospitato solo uomini, vi sareste fatti il problema di cosa chiedere ad un uomo?
D’altra parte è innegabile che ci sia una “questione”, ma la questione c’è da migliaia di anni. Non so. Forse cercherei da una parte di chiedere alle donne quello che chiederesti a un uomo, ad un artista, a una persona. Poi, se si vogliono indagare temi specifici, indagarli con rispetto, attenzione, curiosità, onestà. E, soprattutto, indagarli con gli uomini! Perché le domande sulla questione femminile vengono sempre fatte alle donne? Il problema non è delle donne, è di tutti. Come è di tutti il problema del razzismo, ad esempio, o di qualsiasi discriminazione. Chiedete agli artisti uomini cosa ne pensano. Chiedete di parlare, di prendere una posizione a chi certe cose non le subisce. Mettete gli uomini davanti a queste riflessioni, con decisione, con serietà, esigendo serietà e riflessione. Vediamo quanti si schierano, vediamo chi sono questi artisti, vediamo chi liquida la faccenda con battutine sessiste da terza elementare e vediamo quanti vivono la questione con auto critica. Penso che il lavoro più grande è quello da fare insieme.

L’idea di Together è nata prima dell’estate, anche dopo aver letto diversi articoli – come questo di Vice – che ritraggono una netta predominanza maschile nei cartelloni dei festival estivi italiani. Allo stesso tempo, guardando al di fuori dello stivale e prendendo come esempio gli Stati Uniti, ci sembra che le donne abbiano uno spazio di tutto rispetto sia nell’industria discografia mainstream che in quella più underground. Di recente siamo stati al Tutto Molto Bello, torneo di calcetto delle etichette indipendenti con squadre popolate da membri di band e anche qui la percentuale femminile era abbastanza risibile. Eppure non c’è scritto da nessuna parte che il calcio è uno sport maschile. Il problema è nostro, culturale italiano?

Probabilmente, ma ovviamente non è solo nostro. Il patriarcato c’è da almeno 2000 anni, si è convenientemente associato a varie religioni monoteiste e ai sistemi economici industriali e capitalisti per assicurarsi una lunghissima durata ed efficienza. La cultura dello ‘stupro’, che sia lo stupro delle donne, dell’ambiente, degli animali, dei bambini, dei deboli è radicata e ramificata tra occidente e oriente con poche isole felici.
Da nessuna parte sta scritto niente. Il problema è voler scrivere per forza qualcosa, normalizzare, etichettare, imprigionare, controllare. Jorge Drexler dice in una canzone, “se vuoi uccidere qualcosa fermalo”. La libertà, la vita sono movimento, cambiamento, cicli di vita e di morte. In Italia di problemi culturali ne abbiamo diversi, come in tante altre parti di mondo. Sicuramente siamo più indietro di alcuni e più avanti di altri (pochi!). Ricordatevi che molti giornalisti musicali internazionali parlano ancora di Bjork come una che si fa aiutare dai maschietti per fare i suoni nei suoi dischi. Non c’è niente di più falso ed è Bjork, non pinco pallina. Sicuramente in vari posti stanno più avanti di noi ma gli stronzi (scusate il francesismo!) stanno sempre dietro l’angolo. Ma anche le persone intelligenti, grazie a dio. Cerchiamoci, parliamoci, stiamo uniti.

Sempre in tema musica al femminile, quali sono le tue artiste preferite? e cosa stai ascoltando di recente?
Preferite? Uh. Tante. Le storiche per me sono Ani diFranco, Bjork, Fiona Apple, Feist e Aimee Mann ma per dire giusto le prime che mi vengono in mente. Credo che Florence Welch stia facendo una carriera incredibile e si stia evolvendo come speravo avrebbe fatto quando ascoltai per la prima volta ‘Between two lungs’. Ultimamente sto ascoltando/studiando St Vincent. Ma le scoperte più emozionanti le identifico in My Brightest Diamond e Nai Palm (Hiatus Kayiote).
Sto anche ascoltando tanto Paris Monster (per le quote blu 😉 )
Mi fermo qui perché se mi lasciate sola con queste domande rischiate risposte infinite.


In un mondo utopico, il tuo “lavoro” dovrebbe essere quello di scrivere canzoni e portarle in giro. Ma sappiamo che non sempre è così e che l’affitto va pagato mensilmente. Cosa fai di altro?

Diciamo che per ora sono stata fortunata, per ora posso dire che faccio questo. Ma la situazione non è affatto rosea.

Essere musicisti è una fatica anche per mille altri motivi e ne sappiamo qualcosa anche noi. Spesso è difficile accettare critiche e giudizi. Hai mai ricevuto qualche commento negativo che si è rivelato costruttivo per la tua musica?

Sono rimasta diversi minuti davanti a questa domanda. All’inizio ho pensato sì, tantissimi. Poi ho pensato mmmm in realtà nessuno. Poi ho capito 🙂 Un commento costruttivo non può, nella mia testa, essere negativo! Ma ho capito cosa intendi. Sono sempre stata spronata a fare meglio quello che faccio. Non l’ho mai presa come ‘non fai abbastanza, non sei abbastanza brava’, anzi, ci ho sempre letto dentro invece proprio uno stimolo. Certi commenti sai subito che escono solo per ferire o dare fiato alla bocca. Altri sono chiaramente, anche quando ‘negativi’, dichiarazioni di stima, di apprezzamento.
Se pensi che uno non valga niente non ti metti a dargli consigli su come migliorare. Se vedi qualcosa in qualcuno invece ti viene spontaneo criticare, che sia per invidia o per la voglia di sostenere e di tirare il meglio fuori da quel qualcuno.

Qualche anno fa sei stata ospite del programma di Red Ronnie, nell’intervista confessi di non aver avuto esperienze televisive: è servito a qualcosa?

Intendi in termini di visibilità? Non ho notato cambiamenti importanti.

Hai dedicato un’illustrazione a ogni brano del tuo ultimo disco: hai lasciato carta bianca a Martha Ter Horst e l’idea è venuta a lei? Tendi ad avere il controllo totale della tua arte o ti lasci suggestionare dalle persone che ti stanno attorno?

L’idea venne a me, sono innamorata della tecnica utilizzata (1line, si disegna senza mai staccare la penna dal ‘foglio’, digitale o fisico) e della mano di Martha. Mi venne l’idea di un disegno per ogni canzone ma Martha scelse i soggetti e interpretò lei ogni simbolo. Mi piace fare di un disco qualcosa di più, qualcosa di rotondo, tridimensionale, ricco, qualcosa che sia un piccolo mondo. Mi piace avere il controllo della situazione generale ma mi affido anche tanto. Credo che dipenda comunque dalle persone con cui scegli di lavorare: più ci sono stima e fiducia più tutto diventa organico, nel senso proprio di un organismo che si muove, fatto di tante cellule diverse, ma tutte votate alla creazione di qualcosa di cui essere orgogliosi.

La fatidica domanda finale “progetti per il futuro” la lasciamo da parte. Però ci piacerebbe sapere dove e come collocheresti la tua musica immaginandoti in un futuro remoto, tra 20 o 30 o 40 anni.

Non ne ho la più vaga idea. Sono in un momento molto strano e critico, non saprei collocarmi nemmeno tra due anni. So dove vorrei collocarmi, però su una scala molto più grande di quella professionale. Vorrei collocarmi nella felicità. Poi quando ci vediamo ne parliamo, di cos’è la felicità. 🙂

Vi aspettiamo domenica 16 dicembre Da Emilia! Tutte le info QUI!

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