31 gennaio 2018 Dotto

Che mondo sarebbe senza Spotify?

Ieri Pitchfork ha pubblicato un articolo di Damon Krukowski, un nome che dirà poco a molti, ma che comunque ha scritto un pezzettino di storia della musica statunitense, prima con i Galaxie 500, poi con Damon & Naomi. L’articolo in questione è un’interessantissima analisi di Spotify e più in generale della fruizione della musica gratuita in quest’epoca stupida e feroce (cit.).
L’assunto di partenza, forse ovvio per gli addetti ai lavori, ma completamente ignorato dalle masse di ascoltatori, è questo: i 5960 ascolti della canzone più famosa della band più famosa di mister Krukowski – che è questa, ha 30 anni e suona ancora molto bene oggi – nel 2012  ha fruttato ben 1 dollaro e 5 centesimi per le tasche di Damon e soci. Certo, stiamo parlando di musica realmente indie che ahimè pochi si inculano al giorno d’oggi. Ma è un esempio calzante per far capire che no, i più piccoli non ci guadagnano un tubo dallo streaming di Spotify.

Siamo tutti grati della possibilità di accedere a tutta la musica che vogliamo grazie a Spotify. Ma secondo Damon, dovremmo iniziare a farci qualche domanda, tipo cercare di capire perché il 99% del flusso di ascolti è limitato a un 10% di tracce più ascoltate, perché i filtri di ricerca siano così volutamente incompleti da non poter arrivare a un artista cercando l’etichetta che l’ha prodotto o sapere in quali dischi jazz ha suonato quel determinato trombettista che ci piace assai, fino ad arrivare alla spaventosa domanda “ma come cazzo è possibile che esistano dei  fake artists ai quali il grande colosso Spotify commissiona prodotti audio di facile fruizione & alto gradimento da inserire in playlist con nomi bellissimi?”.

Nell’articolo c’è molto di più, sia chiaro. Ed è tutto difficilmente discutibile, a pensarci bene. Il problema è che non ci si pensa più di tanto. Perché quando una cosa è gratis o costa poco sembra molto bella, e perché prima cosa c’era? molto meglio oggi, much better Netflix e Prime che affittare dvd o scaricare film usciti in sala da due giorni con l’audio del cinema e la gente che tossisce, no?

Forse non c’entra un cazzo, ma oggi ho ascoltato il nuovo singolo dei Wye Oak, The louder I call, the faster it runs. Non mi piace molto, ma questo è un problema mio. Non è una brutta canzone, no. Di certo è piena zeppa di suonini digitali molto cool nel 2018 e non ha niente a che vedere con i Wye Oak di Civilian o dei due dischi precedenti (precedenti perfino a Spotify), che quando ascoltai la prima volta mi emozionarono molto perché mi parevano dischi sentiti, personali, analogici, sudati. Mi chiedo quindi se i Wye Oak avrebbero comunque virato verso un sound più moderno e paraculo – passatemi il termine, dai – anche in assenza di Spotify, di mega-playlist per ogni stagione piene di canzoni col master a stecca, di hype indotto al grido di “il punk è morto / il rock è morto / l’indie è morto / ecc.”. Spesso mi chiedo pure quanto mi facciano cagare gli ultimi album degli Arcade Fire rispetto a Funeral. Ma di nuovo, è un problema mio che forse sto invecchiando male e non sono ancora pronto per quest’ondata di rapperz che fanno i cantautori, di indie-rockerz che posano la chitarra e comprano sintetizzatori e playstation, di gente che passa dal folk alla dance anni  ’80, ma perché mai poi?

gli Arcade Fire giovani carini e sfigati e gli Arcade Fire tronfi di successo vestiti di merda per fare i simpatici

Ci siamo tutti riscoperti fan dei Cranberries dopo la triste morte di Dolores O’Riordan. I Cranberries hanno fatto sempre la stessa roba, ammettiamolo. Nei primi dischi molto bene, poi un po’ meno. Ma erano sempre canzoni dei Cranberries con quella voce e quei giri di chitarra. Grazie a dio non è uscito nessun album post-rock a nome Cranberries, grazie a cielo Tom Petty prima di schiattare (RIP, Tom) non si è dato alla trap. Insomma, a me queste svolte sonore verso lidi più soleggiati non mi convincono proprio. Come se fosse sempre doveroso ed encomiabile aggiornare il proprio sound (o crearlo da zero) secondo i parametri dell’assoluta contemporaneità digitale (leggi anche: suonare quello che va al momento – ed ecco tornare la puzza di quelle percentuali di ascolto su Spotify citate prima). Esattamente come non mi convincerebbe Christopher Nolan messo a dirigere un’incredibile stagione di Downton Abbey.

Arrivo al punto, sempre se c’è un punto: se anche a te piacevano di più i Wye Oak di Civilian (dai, la voce di lei su quel tappeto di chitarre acustiche era proprio un’altra cosa) o gli Arcade Fire di Funeral, sappi che sei sempre in tempo a ridimensionare il potere mediatico che ti avvolge e a sbattertene delle classifiche di fine anno che esaltano spasmodicamente il “nuovo”. Sappi che, se il pastiche intellettuale di King Krule ti scartavetra i coglioni, hai tantissime alternative che toccano tutti quei generi da scoprire (e non parlo di dischi usciti nel 1978). Sappi che il rapper di turno sotto contratto Sony che va per la maggiore, è infilato in quella playlist lì per piacerti, perché chi ce l’ha messo sa che ti piacerà. Ma a fianco del bistrot del grande chef Cannavacciuolo con 18427 commenti positivi su Tripadvisor ci sarà sempre una trattoria di vecchi piemontesacci che ti fanno un fritto misto ben più appagante di quei piattini stitici da novelle cuisine che poi non ci si spiega come mai Antonino pesi 150kg.

Certo, ci vuole un po’ di pazienza per trovare quella trattoria, ci vuole un po’ di buona volontà a uscire dalla pigra dipendenza da Netflix, ci vuole un po’ di pazienza e anche tanta forza di volontà per riscoprirsi appassionati di musica andando a rovistare tra i cd usati del negozietto in centro, per trovare la persona (fisica o virtuale) capace di consigliarti i dischi giusti, per perdere un po’ di tempo su internet per curiosare, leggere e cercare – anche su Spotify, che mica è il male assoluto – tutto ciò che non finisce in home page su Rolling Stone.

Noi di Dotto innegabilmente siamo qui a dirvi che la musica sarebbe bello comprarla in ciddì o in vinile, possederla, leggere i testi e i ringraziamenti sul libretto. In alternativa, però, come dice anche il buon Damon Krukowski, c’è anche Bandcamp, e funziona più o meno come Spotify nel senso che puoi ascoltare la musica dal tuo smartphone e ci trovi anche tutti i credits che vuoi. Ma soprattutto, se decidi di comprare musica da Bandcamp o di scaricarla gratuitamente, il tuo rapporto con l’artista in questione sarà diretto: cosa che fa bene al portafoglio di quella persona, perché i 10 euro del download andranno praticamente tutti a lui/lei, e al morale della stessa, perché sei andato a trovarla nella sua umile dimora mediatica, una paginetta colorata su cui ha caricato mesi e mesi del proprio lavoro in formato canzone.

Questa è la nostra pagina Bandcamp. Dentro ci trovi anche l’ultima fatica dei Lady Ubuntu. Loro con i suoni digitali ci vanno a nozze, ma sono talmente fuori dagli schemi odierni che anche un reazionario come me è riuscito a digerirli.

Questo blog non ha ancora una firma personalizzata, io sono Enrico e vi dico addios con le ultime parole estratte dall’articolo di Pitchfork:

“So share your money deliberately when you spend it on music, and it will be a real gesture with a real effect. Share the context of your information online, and its content won’t be stripped from you. And share your music—for free. It’s a powerful action, powerful enough that the biggest corporations in the world feel threatened by it. Let them.”

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